Birkenstock: le scarpe più comode del mondo.

Un tempo c’era bisogno di giustificarsi quando si indossava un paio di Birkenstock, a pensarci bene, nemmeno ce li ricordiamo. 

Quella che fino a non troppi anni fa rappresentava una nicchia del mercato, frequentata da consumatori raffinati idealmente attenti a cose come il taglio e le cuciture ma in realtà affamati anch’essi di etichette sociali come tutti gli altri, è ora anche un’estetica riconoscibile, radicata nell’immaginario collettivo perché a portata di tutti. Basta andare da Cos, d’altronde, o cercare la vetrina di Mango e/o Zara dedicata allo stile minimal-chic. Ancora meglio, basta guardarsi intorno, e scorgere fra i passanti un paio di Birkenstock.

La maggior parte senza pelo, è vero, ma a quello ci ha pensato Rick Owens, il primo designer a collaborare ufficialmente con Birkenstock per una speciale collezione. Anche se, a dirla tutta, un paio di Arizona “peluche” nel catalogo già c’erano e pare, almeno a leggere le interviste, che le indossi spesso nel quartier generale di Neustadt/Wied anche Oliver Reichert, Ceo dell’azienda insieme a Markus Bensberg. Uomini, donne, anziani, bambini, persone alla moda e altre che si vestono solo perché devono farlo, nonostante tutto: è probabile che molti fra loro possiedano un paio di sandali Birkenstock e li indossino con regolarità. 

Da allora, le ciabatte si sono riposizionate più volte nell’arco della storia della moda e sempre dalla parte delle controculture, a cominciare dagli hippy negli anni Settanta. 

Nel 1992, Marc Jacobs aveva le aveva usate nella sua collezione “grunge” per Perry Ellis. Ha ragione allora il Chief Marketing Officer Yvonne Piu quando mi dice che a rendere Birkenstock un marchio dal successo universale è proprio «l’autenticità. La nostra è una storia vera, reale. Abbiamo un’eredità alla quale siamo rimasti fedeli nel tempo». E i consumatori lo riconoscono. Oggi le scarpe del ciabattino registrato alla chiesa di Langen-Bergheim più di 240 anni fa sono vendute in 90 Paesi nel mondo, contano 37 punti vendita monomarca e 3.800 dipendenti nei nove stabilimenti attivi in Germania, distribuiti negli stati federati della Renania Settentrionale-Vestfalia, Renania-Palatinato, Assia, Baviera e Sassonia. Oltre ai sandali, Birkenstock produce scarpe chiuse, da bambini e da lavoro, calze, borse e articoli ortopedici. Seguendo il principio della “funzione prima della forma” – o dell’amore “a seconda vista”, come la chiama spesso il Ceo Reichert – le ultime estensioni organiche del marchio contano una linea di letti «per sonni salutari, così come i nostri sandali sono ideati per la salute del piede», mi spiega Piu, e una linea cosmetica, Natural Skin Care, «cento per cento sostenibile e certificata. L’ingrediente principale di tutti i nostri prodotti è la suberina, derivante dal sughero. E si torna così al punto di partenza». In effetti, non fa una piega.

«Generalmente non prestiamo molta attenzione a qual è l’ultima tendenza nella moda. A essere onesti, sarebbe meglio non essere poi così tanto di moda, ora come ora», ha detto. Come a dire, ne abbiamo di strada da fare, meno male che le scarpe sono comode.