La dura legge del Veg

Essere Veg, Vegan, Vegan Friend e addirittura Vegano per esteso è questione di buona educazione. Non solo alimentare, soprattutto culturale. È questione di etica, ecco. Being Vegan fa rima con “etica”. Così è, se vi pare (si direbbe nella Sicilia del secolo scorso); eppure eppure non tutti la pensano così…vi sono addirittura alcuni che ancora credono che la strada della consapevolezza sia irta di perigli, scoscesa e sconnessa, obliqua e traversa, ombrosa e annebbiata, vaga e vacua. Ma come, è così semplice? Per essere Vegano occorre semplicemente non mangiare cadaveri (bella davvero, questa definizione: rispettosa delle altrui usanze e rispettabile a livello mediatico), non indurre gli animali da cortile in tentazione di produrre latte, uova e quanto altro necessario al sostentamento di qualche miliardo di persone sparse nel Sud Est Asiatico, per dirne una. Ma no, giammai, non si allevano polli per cibarsi delle loro carni. Lasciamo che le vacche circolino libere allo stato brado in campagna e in città (cit. La Pimpa), con ogni ovvia conseguenza igienica. E attendiamo che il pesce decida di togliersi la vita sbattendo la testa contro uno scoglio contundente, ma – allarme – non mangiamolo neppure in siffatta occasione, meglio non rischiare di contrarre il vizio di contrariare madre natura: convinciamo il mondo che le mucillagini che hanno parzialmente assorbito il colpo ne abbiano al contempo assimilato ogni proprietà nutritiva. Aspettiamo con pazienza induista che la mela cada dall’albero, affinchè nessuna azione esterna acceleri il ciclo naturale degli eventi. E che giammai sia bella da vedersi, dovrà essere ammaccata, bacata (ma il verme non sarà edibile, in quanto pericoloso apporto proteico di derivazione animale).

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Dura la vita del Vegano, eh. Deve ricordarsi di combattere la battaglia contro la mattanza degli agnelli ogni Santo Venerdì Santo. Il Silenzio degli Innocenti. Poi magari si scorda di fare lo stesso, sotto Natale, per il povero capitone e allora sì che viene giù il mondo. Diluvio universale di non-like sui social network(s) e via libera alla spartizione mediatica di quel che resta del giorno in cui l’essere umano si rese conto di essere. Onnivoro, per l’appunto. Scanniamolo, linciamolo, dividiamolo in appetibilissimi pezzi di. A me la coscia! Peccato, tutto petto. Vabbè, c’è tutto il resto. Sostituiamo degnamente la rosetta con la mortadella, la tartare di tonno, il galletto ruspante arrosto, la mozzarella di bufala e il prosciutto emiliano o friulano. San Daniele, quanto è buono il cibo naturale & non artigianale, laddove i batteri indigeni sono consistenti come gli indigeni stessi. A me (mi) piace la definizione “reducetariano” e di seguito elenco un elenco di parole buone come il pane, sulle quali spalmare con amore e senza burro confettura di frutta rigorosamente caduta a terra senza aver conosciuta mano (dis)umana.

Buon senso.

Senso della misura.

Misura del buon senso.

(cordialità)

Vanni Marchioni su public company

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