Bom dia padrao

Davanti alle coste del Mozambico, fuori dalle normali rotte del turismo, collegata alla terraferma da un vecchio ponte di ferro, ex colonia portoghese e importante centro di vendita degli schiavi fino a non molti decenni fa, Ilha de Mozambique è un isola in cui il tempo sembra essersi fermato a un non meglio identificato periodo del passato, dove sembra di vivere in una dimensione diversa da quella reale.

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Ormai rimane ben poco dei fasti, dell’opulenza e dell’architettura del periodo coloniale quando le ville dei ‘padroni’ erano perfettamente ‘funzionanti’, il forte che domina l’isola era abitato da una guarnigione di soldati e le piazze erano il luogo dove le signore dell’alta borghesia portoghese portavano a spasso i loro animali domestici. Non c’è più la corrente elettrica – i fili da alcuni anni vengono usati per appendere i panni del bucato -, l’acquedotto che era una delle opere idrauliche più innovative, che raccoglieva le acque piovane in enormi cisterne durante le piogge monsoniche e che forniva l’acqua a tutta l’isola durante la stagione secca, adesso, per mancanza di elementare manutenzione, è andato totalmente distrutto; le porte finemente intarsiate in pregiato legno di tek, sono state distrutte per accendere il fuoco delle cucine e le abitazioni – salvo poche – ormai ridotte a dei ruderi fatiscenti. I muri scrostati, gli intonaci multicolori ormai caduti, enormi radici – sembrano gli ‘alberi formaggio’ di Angkor – stanno piano piano ‘mangiando’ le pareti o quello che rimane delle case. Ma forse è proprio questo che rende l’isola così magica, un luogo che richiama alla mente i paesi descritti da Wilbur Smith in alcuni dei suoi avventurosi romanzi.

Mentre passeggio con le mie 3 macchine fotografiche al collo ecco che qualcuno mi chiama. Mi avvicino. E’ un vecchio. Vedo che tiene il cappello sul petto e mi sta salutando. Non comprendo subito le sue parole o forse è la mia mente che si rifiuta di decifrarle. Abbassa gli occhi quando mi avvicino e con un filo di voce me lo ripete: ‘Bom dia padrao’! Cazzo non potevo credere alle mie orecchie. Stavo vivendo una situazione surreale, incomprensibile, ma drammaticamente vera. I tristi strascichi di un assurdo passato sono lì davanti ai miei occhi. La tentazione di andarmene è stata forte, quasi una sorta di fuga da un qualcosa che mi era difficile accettare. Invece  mi sono trattenuto per diversi giorni. L’ho girata in ogni sua parte. Sono entrato nelle case dei neri, nella chiesa cattolica con il prete italiano, nel vecchio forte, nelle baracche subito al di là del ponte, nella moschea costruita proprio davanti alla scuola cattolica. Sono andato al mercato, ho aspettato le barche che tornavano dalla pesca, ho visitato il vecchio ospedale, ho fatto il bagno nelle acque dell’oceano. Ho scoperto un posto bellissimo.

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Ho pensato quindi a un modo per poter descrivere tutto ciò. Volevo dare l’idea di una realtà inconsueta, diversa, anacronistica e contraddittoria, ma al tempo stesso ricca di fascino. Volevo con l’immagine riportare questa atmosfera cercando di dare un’idea spazio-temporale perduta in chissà quale epoca. Ho pensato che l’infrarosso si potesse ben adattare a trasmettere questo senso di smarrimento, di assurdità, di assenza mentre un leggero viraggio seppia potesse contribuire a dare un senso di passato e di sospensione della storia.

Non so se ci sono riuscito. Queste sono le mie foto. Questa è la mia Ilha de Mozambique.

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Buona luce

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