Nella vita si cambia e quando la fotografia è vita anche essa cambia

Se non accadesse nulla, se nulla cambiasse, il tempo si fermerebbe. Perché il tempo non è altro che cambiamento, ed è appunto il cambiamento che noi percepiamo, non il tempo. Di fatto il tempo non esiste.

Julian BarbourLa fine del tempo

Zambia 2011, progetto ‘Tazara Express’

Non so quante volte mi sono rivisto, in solitario o in compagnia, il video della Contrasto di Ferdinando Scianna divenuto per me una guida importante e per certi aspetti fondamentale del mio essere fotografo.

L’intervista si apre con una domanda su cosa sia per Scianna la fotografia e la sua risposta è: vivere. Sembra una parola grossa, un concetto per molti inconcepibile, assurdo, ma solo chi lo sperimenta sulla propria pelle riesce a comprendere quanto sia vera e profonda la sua affermazione. Anche per me la fotografia è vita, ma attenzione non nella connotazione che potrebbe far pensare a ‘mi dà da vivere’ ma è intimamente legata al mio essere, al mio intimo, alla mia introspezione, al mio modo di relazionarmi con il mondo.

Ritorno spesso nei miei scritti su questo punto, perché credo sia la risposta a tutti coloro che mi chiedono come entrare in questo mondo, come crescere e come fare ad essere un buon fotografo. Ovviamente occorre avere del talento, quel cosiddetto fattore X, quella sorta di predestinazione – come dice Mimmo Iodice – che purtroppo non si può imparare, ma che deve essere in qualche modo già dentro di te; però da sola non basta. La fotografia la devi amare e solo chi conosce veramente il profondo significato di questa parola sa quanto assoluto deve essere il tuo rapporto con essa.

Bangladesh 2011, progetto ‘La scuola coranica’

La vita di un uomo è fatta di gioie, di dolori, di tradimenti, di amici scomparsi, di tragedie familiari, di momenti felici, di un figlio che nasce, di un amore che sboccia, di una passione che cresce. Insomma di esperienze che nel bene e nel male contribuiscono a formare il tuo carattere, a farti crescere e diventare uomo.

Se la fotografia è dentro di te, allora te sei nelle tue fotografie. Come non legare il cupo bianco e nero di Eugene Smith alla terribile esperienza che lo ha visto solo sedicenne essere testimone del tentativo di suicidio di suo padre. Non è un caso che gli scatti più belli e famosi della Arbus – lo studio sui nani – siano nati dopo il divorzio da suo marito che tanto aveva fatto per sposarlo contro il fermo volere delle sua famiglia. Come non leggere nelle forti e crude fotografie di Nan Goldin una sorta di autoritratto, uno specchio del suo essere – non per nulla la ‘sua’ foto più famosa la ritrae con il volto tumefatto – e del suo dramma infantile quando da piccola dodicenne ricevette la notizia della morte della sorella maggiore legatasi sui binari del treno.

Bangladesh 2011, progetto ‘I bambini schiavi di Chittagong’

La fotografia è dentro di te e come mi ha detto Scianna te riesci a fotografare bene solo ciò che conosci, che ti appartiene, che ti rappresenta. Spesso il dolore è un fattore determinante forse perché, a meno di assurdi masochismi, lo subisci e difficilmente lo prevedi. Anche nella letteratura con Leopardi o nella pittura con Ligabue o Van Gogh vediamo una sorta di somatizzazione nelle opere siano queste delle poesie, dei quadri o appunto delle fotografie. Siamo lontani nella nostra cultura occidentale dall’asserzione buddhista per cui ‘se un problema ha soluzione perché preoccuparsi e se non ha soluzione perché preoccuparsi’. Il dolore è certamente un fattore che contribuisce a formare la tua sensibilità e gioca un ruolo importante nel tuo vedere forse molto più che dell’essere felice. Sicuramente una vita tranquilla, un vivere gioioso, un figlio laureato, dei genitori esemplari si riflette nel tuo modo di raffigurare il mondo, ma sono i grandi cambiamenti, i forti sconvolgimenti emotivi a influire in modo determinante sul tuo io più profondo. Sicuramente se sei tranquillo e in sintonia con il mondo forse non ricercherai nei tuoi scatti le sofferenze del vivere, ma sarai più attratto dal bello, dalle feste, dalla natura nelle sue manifestazioni più pure, dal quotidiano pulito, semplice, da un sorriso di un bambino, da un mercato ricco di colori e di genti, dal giocare curioso e divertito di un animale domestico. La fotografia di Elliot Erwitt o del suo assistente Hiroji Kubota – un simpatico e tranquillo giapponese – che dopo aver fotografato la fine della guerra del Vietnam si è poi concentrato sul suo paese documentando la bellezza della sua terra e del suo popolo, ne sono la riprova.

Zambia 2011, progetto ‘African funeral’. Il reportage completo sul mio sito internet

La vita per sua definizione è un susseguirsi inevitabile di cambiamenti – la grandezza entropica della fisica – e non è assolutamente detto che debba essere una tragedia a dare una scossa forte alla propria esistenza. Talvolta può essere un incontro oppure la lettura di un libro oppure ancora la visione di un film. Può essere anche un insieme di cose. Per chi mi conosce sa quale sia stato, oltre 15 anni fa, un passaggio cardine del mio essere fotografo. Dopo tale evento ho riversato tutte le mie energie sulla fotografia e nel dolore credo di aver maturato una sensibilità che non pensavo di avere. Poi c’è stato l’incontro con Steve McCurry i cui consigli hanno dato un ulteriore input al mio ‘occhio’ e credo siano stati importanti per ‘pulire’ la mia fotografia. In questi anni ho poi lavorato molto, prima su me stesso cercando di capire ciò che ero, ciò che stavo diventando e ciò che volevo essere e dove volevo arrivare. Questo percorso l’ho fatto guardando come cambiavano i miei scatti, come, leggendo nel tempo le mie fotografie, vedevo sempre qualcosa di nuovo; non sempre mi piaceva ma era comunque un andare avanti, una crescita. Tanto ho sacrificato alla fotografia, ma tanto ne ho ricevuto indietro. Questa autoanalisi mi ha portato sempre più a identificarmi con i miei scatti, vedo nelle mie fotografie il riflesso delle mie emozioni, lo specchio della mia anima.

Il fotografo deve per sua natura essere curioso, deve sentire dentro di sé il bisogno di conoscere, di guardarsi in giro, di confrontarsi con quello che altri fotografi, del presente o del passato, stanno facendo o hanno fatto. Dovrebbe essere uno stimolo continuo, una fame assoluta di saperne sempre di più. E allora mi sono messo a leggere gli scatti di Pellegrin, di Zizola, di Fusco, di Majoli, di Harvey, di Webb, della Boulat, di Salgado, di Petersen e piano piano mi sono reso conto di una fotografia diversa, che non conoscevo perché era lontana da me, dal mio mondo. Una fotografia che mi era difficile capire – mi ricordo i miei primi commenti sulle foto di Pellegrin, ‘fotografie nere e tecnicamente sbagliate’ –. Per me la luce, l’equilibrio estetico, l’armonia nelle masse, la pulizia formale erano alla base del mio scattare. Però nella vita si cambia, i tuoi sentimenti cambiano, le tue certezze si mettono in discussione, il dubbio diventa elemento di confronto con te stesso. E quella ossessione formale delle mie fotografie inizia a diventare stretta. Ti accorgi che ai tuoi scatti manca qualcosa, la fotografia-specchio non riflette più te stesso o meglio ti riflette solo parzialmente. Quelle immagini ordinate, dove tutti gli elementi compositivi sono legittimamente in armonia secondo i canoni McCurriani della fotografia, non ti completano più. C’è una parte del tuo io che non viene rappresentata, la cerchi ma non la vedi.

Ed ecco la necessità vitale di esplorare un nuovo percorso fotografico. Un modo per me nuovo di vedere il mondo, dove il bianco e nero mi sta dando una mano. Smith, Parr, Berry, Majoli, Capa, Rodger, Pellegrin, Koudelka, Scianna, Gilden tutti fotografi che scattano in bianco e nero e che mi sono messo a leggere, studiare, capire. ‘La foto deve raccontare, documentare. Il colore disturba la fotografia, distoglie l’attenzione dal suo significato. Il bianco e nero ti spinge ad andare oltre, ad approfondire‘, dice Gianni Berengo Gardin in un suo recente incontro. E ancora Abbas dice: ‘il mondo può essere a colori, ma il bianco e nero lo trascende’. Tutte considerazioni su cui sto lavorando e che sto sentendo sempre più mie. Piano piano sto cercando un nuovo modo espressivo, uno stile diverso che possa rappresentare meglio il mio essere più profondo. Sto tentando di uscire dallo ‘scatto singolo’, dallo scatto chiuso, dallo scatto finito nei limiti fisici del fotogramma o della stampa. Sto cercando delle storie da raccontare, da scoprire e far conoscere prima a me stesso e poi agli altri. Dei progetti che possono durare solo 50 minuti (vedi il mio post precedente su Mununga) ad altri a cui sto pensando e che forse non realizzerò mai nella vita.

Zambia 2011, progetto ’50 minuti a Mununga’ pubblicato nel blog

Non so dove questo viaggio mi porterà. Come diceva qualcuno di cui adesso mi sfugge il nome, un viaggio inizia sempre con un primo passo e continua un passo dopo l’altro. Quello che so è che non posso fermarmi, non voglio fermarmi. Il fisico Julian Barbour – da un suo libro ho tratto l’aforisma in apertura del post – afferma che il tempo come grandezza non esiste è solo una convenzione creata dall’uomo per organizzare il suo vivere. Quindi sono soltanto i cambiamenti che ci danno il senso del tempo. Ogni attimo la nostra emoglobina si ricrea, quindi ogni attimo siamo delle persone diverse. La morte fisica è l’assenza di cambiamento e un fotografo muore nel momento in cui continua a copiare se stesso. Un fotografo muore nel momento in cui smette di mettersi in discussione. Un fotografo muore quando pensa di essere unico. Un fotografo muore quando smette di leggersi dentro. Un fotografo muore se continua a vivere di ricordi.

Io non voglio morire.

Buona luce

[rileggo questo mio post a distanza di quasi 3 anni e continuo a condividerne quasi tutte le sue parti. La mia fotografia è cambiata, ma non nella direzione in cui pensavo accadesse. Non sono più così attratto dal bianco e nero, bensì dalla luce, dalla solarità della vita. Mi sono accorto che nei miei scatti non sempre c’è un riflesso del mio ‘io’ più intimo, bensì una ricerca di quello che mi manca, di quello che vorrei ci fosse: colore. Credo sia veramente un passo avanti, una passaggio fondamentale, ti rendi conto di quale sia una possibile meta del tuo viaggio. Sapere dove stai andando è importante.]

cc

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