Spesso la realtà è nascosta da pietose bugie

A novembre sono stato in Nepal, era un viaggio fotografico Nikon e ruotava intorno a una delle più importanti festività induiste: la Dussehra. Il Festival è durato 10 giorni con delle manifestazioni, sia per le vie della capitale Kathmandù che nei paesi della valle, sempre diverse e dalle coreografie affascinanti. Unica eccezione uno degli ultimi giorni dove, in sacrificio a non mi ricordo quale divinità, si immolavano centinaia di animali tra pecore, capre e bovini vari. Decisamente troppo cruento e difficilmente comprensibile dalla nostra cultura occidentale.

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Nel periodo in cui ero a Kathmandù mi sono imbattutto casualmente nel più importante orfanotrofio della città. Ai piedi della parte vecchia si affaccia su una delle strade più caotiche frequentate dai nepalesi e dai turisti che salgono a piedi nella piazza principale. Incuriosito sono entrato. Sono stato accolto da un gruppo prima imbarazzato e poi festante di ragazzini dall’età variabile tra i 4 e i 14 anni. Stavano giocando a calcio nel piazzale interno. Mi sono messo anche io a tirare due calci al pallone e poi ho iniziato a fotografare. Inizialmente l’idea era di fare due scatti, senza pensare a una storia da raccontare, poi un piccolo progetto ha cominciato a prendere forma nella mia mente. Niente di incredibile, ma mi sono messo in qualche modo a raccontare i ritmi della vita nell’orfanotrofio. Ci sono tornato di notte, prima della sveglia mattutina, sono stato con loro a colazione, a pranzo. Li guardavo mentre studiavano e mentre giocavano ai videogiochi caricati su un vecchio pc molto probabilmente donato ormai molti anni or sono. Sono tornato alla sera quando aiutavano a preparare la cena, apparecchiavano la sala mensa e ripulivano i piatti dopo mangiato. Li ho seguiti preparasi per andare a letto. Sono ritornato la mattina dopo le festività legate alla Dusserha e li ho osservati mentre si preparavano per andare a scuola, si lavavano i denti, si pettinavano, si vestivano con la divisa – pantaloni e giacca scuri, camicia bianca e cravatta bordeaux – aiutandosi a vicenda. I più grandi che legavano le scarpe ai piccoli e, paradossalmente, i piccoli che insegnavano a leggere ai più grandi. Li ho accompagnati, impeccabili nelle loro divise, stirate ogni mattina, fin dentro la scuola pubblica e ho assistito alle lezioni.

Tutto questo per diversi giorni, tutti quelli in cui sono stato a Kathmandù. Alla fine ho stampato le foto di ognuno e gliele ho consegnate prima del mio rientro in Italia. Erano felici, contenti della mia presenza. Quasi orgogliosi, credo, di presentare questo ‘strano’ soggetto, con due macchine fotografiche al collo, ai loro compagni di classe.

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Al mio rientro ho cercato qualcosa che parlasse di questo orfanotrofio e mi sono imbattuto in questo:

Nove mesi di volontariato in un orfanotrofio di Kathmandu mi hanno cambiato la vita e insegnato come la realtà spesso sia nascosta da pietose bugie. Molti dei bambini che vivono negli istituti non sono veramente orfani. Individui senza scrupoli ingannano i genitori poveri delle zone rurali dicendo loro che, grazie alle sovvenzioni ricevute dall’estero e dai turisti, potranno mandare i figli a scuola e garantire loro tre pasti al giorno. Arrivati a Kathmandu, con la collaborazione di poliziotti corrotti, i bambini vengono dichiarati orfani, risultando quindi adottabili.

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Buona luce

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Edoardo Agresti su public company

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