I 100 anni della rivoluzione 

Correva l'anno 1917, cento anni fa. 

Ed era novembre, ecco perchè adesso se ne ricordano tutti, della rivoluzione. Se vogliamo dirla tutta, mi pare proprio che fosse il 19, mancano ancora dei giorni per festeggiare la ricorrenza. Quel che mi domando, da cento anni a questa parte, è se il vecchio Vladimiro fosse veramente tanto all'avanguardia e lungimirante da possedere il dono d'intravedere qualcosa d'indefinibile e affascinante oltre i confini della monarchia assoluta e fosse al contempo davvero così ambizioso e sprezzante del pericolo da decidere di fare ALL IN e giocarsi il tutto per tutto al fine ultimo di rendere il popolo sovrano e libero da ogni sorta di vincolo e imposizione, coercizione e impostazione, da ogni sorta cioè di minimo comune denominatore che una dittatura che si rispetti dovrebbe sentirsi libera di poter serenamente adottare nei confronti del più debole a portata di mano. 

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Che cosa manca dunque all'appello della storia contemporanea? Niente. E che cosa avanza? 

L'acquisita libertà di opinione: perchè checchè se ne dica, in buona parte del mondo Occidentale, al giorno d'oggi si è piuttosto liberi di pensare, scrivere, condividere, sparare sentenze a raffica & profusione, senza temere censura alcuna o doversi per forza organizzare in moti carbonari dal sapore noir, polveroso, sotterraneo, cospiratore, "rivoluzionario" appunto. Cent'anni fa non era mica così la situazione, eh. Cent'anni fa il buon Ilic (non è un trequartista serbo, è sempre Lui, l'immacolato e mummificato artefice di quanto in oggetto) ha dovuto organizzare tutto, per filo e per segno. Far sparire i dissidenti, istituire i primi campi di accoglienza per nomadi non volontari. Usanza peculiare che prenderà piede e troverà ampia fertilità nel corso dello stesso secolo sottoforma di varie e variopinte diciture dal sapore etico, etnico, tecnico e territoriale; campi di concentramento in generale, lager, gulag, laogai. Era un precursore, il buon vecchio Vladimir Ilic, lui e i suoi baffetti da sparviero, ha gettato le basi per un futuro radioso. 

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. 

rivoluzione di ottobre

Oggi però i temerari sostenitori di tale modalità di utilizzo dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione, perdonate la sincerità, fanno un po' di confusione. Confondono la rivoluzione con la non-violenza. Sfilano assieme simboli in evidente antitesi storico-culturale e immagini contrastanti (il Che Guevara onnipresente sulle bandiere rosse degli scioperanti, di qualsiasi genere e forma, e le magliette con il simbolo della pace su sfondo multicolours a chiudere un cerchio che dovrebbe invece prevedere una via di fuga), si dimenticano così facilmente di milioni di repressi dalla rivoluzione culturale che a suo modo studiò molto e imparò assai dalle precedenti esperienze, facendo tesoro di modalità espressive e liberatorie pregresse e sviluppandone con arguzia i temi principali. Giù tutti i simulacri del passato, al grido "rivoluzione"! Chiese & Sinagoghe & Templi, bruciamo tutti i libri e tutte le streghe! Commemoriamo il naufragio degli ideali, dunque, a un secolo di distanza; organizziamo una bella marcetta dai toni trionfali e magari tra qualche tempo faremo lo stesso anche con la figura di Kim Jong-Un. 

Commemoriamo un nuovo fallimento tra qualche altro anno, magari altri cento. 

Vanni Marchioni su public company

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