Le maniglie dell’amore

La porta d’ingresso, in Via dell’Amorino, era sempre aperta. 

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La signora Tosca oziava abbondante e generosa, accanto alla stufa di ghisa. Sorrideva sorniona ai passanti dal profondo di una poltrona di velluto ormai liso, consumato da anni di sopportazione del suo largo sedere. A ore prestabilite si alzava per andare a riempire una bottiglia alla buchetta, una nicchia nel muro, di Via Sant’Antonino. Soleva farlo lei, personalmente, perché il vinaio era una vecchia volpe e chissà quale sciacquone avrebbe rifilato alle sue ragazze. I clienti invece volevano il Chianti, quello buono, prima di rimettere il berretto in testa e le mani nelle tasche del cappotto.

Al piano terra c’era il salone grande, con i divani rossi e le tende pesanti e damascate. L’atmosfera era fatiscente, comunque piacevole. In bella mostra un vecchio pianoforte a coda, eredità di due generazioni. La signora Tosca entrava in sala di quando in quando, per sistemare i centrini sui piccoli tavoli o per aggiungere del ghiaccio nella caraffa di vetro. Aveva appena comprato una bella ghiacciaia di legno, nuova di zecca, e le sembrava ne fosse proprio valsa la pena: l’acqua fresca andava giù come in discesa in quelle gole secche, durante l’attesa emotiva del proprio turno di vita.

Qualcuno giocherellava con la condensa esterna alla brocca, come avrebbe fatto un bambino.

Il sabato sera il signor Nello (brillantina e buone maniere) suonava il piano, con sorprendente grazia e maestria. Si diceva fosse anche un bel tacco, un ballerino esperto. Fino a tarda ora, la mezzanotte, si potevano apprezzare le sue virtù di musicista e intrattenitore. La sigaretta sempre accesa, mentre un quartino di vino gli faceva da spalla e accompagnava con leggerezza le sue note. 

Al primo piano un corridoio lungo, sul quale si affacciavano le stanze: quattro disposte verso Via del Giglio e quattro, con balcone in pietra serena, verso le Cappelle Medicee. In ognuna di esse un letto a baldacchino in legno massello e una bella toilette da signora; la bacinella e la brocca erano di ceramica bianca orlata di blu, di un’elegante finitura d’inizio secolo. I frequentatori abituali sapevano già a quale porta bussare. Avevano una gran dimestichezza con le persone, gli oggetti e con le dimensioni degli spazi; si sentivano quasi a casa, nel loro mondo di una volta. 

Era quella sensazione di familiarità, forse, la parte migliore. 

Le otto vecchie maniglie d’ottone rappresentavano l’unica nota lucida e scintillante del corridoio. Tutto quanto era pulito e ben tenuto, ma trasudava gli anni che si portava appresso: sembrava impossibile poter mettere mano a quella percezione di polverosa decadenza. Anche le ragazze nelle loro camere, a dire il vero, rispecchiavano piuttosto fedelmente la prima impressione che si aveva entrando nel salone al piano di sotto. Ma le maniglie no, raccontavano un’altra storia; la loro storia brillante. Parlavano di un luogo circoscritto nel creato in cui tutti i sensi riprendevano vita. Un angolo di universo a parte, nascosto, romantico e passionale, peccatore, all’interno del quale alcuni uomini semplici cercavano un breve momento di felicità, dopotutto. Dopo tutto quanto.

Al termine del servizio (puntualmente rendicontato dalla signora Tosca, che annotava tempi, asciugamani e quantità di sapone utilizzato) i clienti potevano nuovamente sedere sui divani rossi e ordinare un buon bicchiere di vino. Il Chianti era sempre compreso nel prezzo di listino, perché la signora Tosca fu una delle prime sostenitrici dei buoni abbinamenti, le va riconosciuto. 

Fu così che nel primo dopoguerra, a Firenze, si spesero gli ultimi denari che suonavano nelle tasche dei pantaloni di fustagno. Se n’erano andate anche le fedi nuziali, per quella madre patria che le aveva confiscate davvero. Rimaneva ben poco dell’Italia impettita, spavalda e conquistatrice di pochi anni prima. Rimanevano quelle otto maniglie dell’amore, in Via dell’Amorino. Un passaggio quasi obbligato, per molti. Accarezzato a lungo, l’ottone era diventato oro: veicolo prezioso per mezz’ora di serenità, chiave di lettura per un’illusione a buon mercato, un sogno di normalità. 

Un bicchiere mezzo pieno nel quale, finalmente, poter annegare. 

Ancora oggi non si sono perse, per le vie del centro storico, le buone maniere del Signor Nello. Si ritrovano nelle modalità schiette e sincere degli artigiani, dei ristoratori e dei barrocciai ambulanti che idealmente abbracciano e incorniciano il rione di San Lorenzo, il suo mercato colorato, la sua storia popolare a portata di mano. 

Le buchette del vino, eccone una: testimonianza scolpita nella pietra di una Firenze che è stata capitale del buon vivere anche in tempi di magra, quando esistere faceva rima con sopravvivere. 

Giro la maniglia in ottone della porta d’ingresso di un affittacamere in Via dell’Amorino; a guardar bene, sembra proprio di vederla, la Signora Tosca. Forme generose, matriarcali. Gesti ripetitivi, metodici, abitudinari. Una donna distinta e discinta, a suo modo raffinata; di un’eleganza barocca, a tratti eccessiva, e al tempo stesso franca, rarefatta e discreta. 

È seduta agiatamente sulla sua poltrona preferita. 

Sorride come un tempo, il tempo che fu. 

Vanni Marchioni su public company

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