House Music

Qualche giorno fa facevo delle considerazioni con il mio maestro di consolle, oltre che buon amico, Max Contrucci e attraverso l’appassionante confronto, penso di aver finalmente rintracciato una chiave di lettura che può in qualche modo illuminarci sul digiuno di idee di cui è affetto il nostro tempo.

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Tutto ciò contribuisce a rasserenare (per quanto possibile) il mio animo inquieto, poiché spesso mi soffermo a ragionare su come sia possibile che nel panorama musicale degli anni 2000 non si ritrovi alcun elemento di originalità e nessun artista così nuovo ed identitario… siamo colmi solo di banalità e manierismo. Non parlo di decadenza (la decadenza è già di per sé una forma d’arte) ma solo di un triste appiattimento e una banale omologazione su cliché già visti e rivisti. 

Approfondendo più nello specifico, quello che è accaduto ad esempio nella musica Dance nel decennio tra il 1987 e il 1997 è qualcosa di raro e forse irripetibile; la rivoluzione proposta dai nuovi artisti attraverso l’House Music, grazie ad una generazione di fenomeni produttivi che creavano e sperimentavano nuovi linguaggi nelle cantine e nei garage di casa, è stata talmente innovatrice e dirompente che ancora tutta la dance di oggi (che si parli di deep, tech, minimale, commerciale di nu disco ecc.) si rifà completamente a quelle metriche e quelle sintassi sonore,  scimmiottate e adattate solo in termini di velocità di battuta, elemento molto apprezzato dal nuovo pubblico.

Per quanto riguarda il contenuto artistico, un semplice paragone sarebbe a dir poco blasfemo: i produttori di oggi sembrano mancare d’intuizione e lavorano prevalentemente su suoni già preconfezioanti dai computer.

E allora perché in quegli anni si realizzava MUSICA di altissima qualità a tutti i livelli, mentre oggi tranne pochissime eccezioni, ascoltiamo per lo più “spazzatura” e terribili campionamenti?

Ed è qui che entra in scena Max, con negli occhi ancora vivo il ricordo di quei mitici anni dal sapore illusorio e mistico che, con una semplice osservazione del passato, probabilmente fa emergere l’unica spiegazione plausibile: quelle generazioni, compreso le nostre, sono nate sotto l’influenza, l’educazione culturale e l’energia che arrivava dagli anni ’70 con il rock, il glam, il progressive, la disco music con un'infinità di mostri sacri e genialità che cambieranno per sempre la storia della musica.

Per citarne alcuni: Led Zeppelin, Pink Floyd, Queen, David Bowie, Roxy Music, Velvet Underground, Fleetwood Mac, Genesis, Emerson Lake & Palmer, Donna summer, Giorgio Moroder, Barry White, Diana Ross… per poi continuare sotto l’aurea della new wave anni 80, il post punk, il darkwave, il sinthpop cha ancora maggiormente ha contribuito a rendere moderna la musica.

Ed ecco che negli anni 90 questi giovani artisti, cresciuti attraverso un percorso musicale così complesso e raffinato, avevano già dentro di sé una tale qualità e un tale bagaglio di conoscenza che ha permesso loro di rimescolare tutto e, grazie all’unione di suoni elettronici e vibrazioni acustiche, sono stati capaci di avviare quella Rivoluzione che ancora oggi teniamo come riferimento, forse in modo troppo nostalgico e senza più provare ad immaginare un nuovo futuro.

È verissimo che in quel periodo il terreno fosse fertilissimo alla crescita di  questo nuovo fenomeno visto l’incastro perfetto di moltissime condizioni socio-economiche e culturali,  ma la siccità di idee che contagia i nostri giovani sembra rispecchiarsi perfettamente nella siccità che affligge la natura martoriata dall’inquinamento delle macchine... l’elemento che accomuna perciò il nostro tempo con la musica di oggi (e le arti in generale) sembra quindi essere l’assenza di un “nuovo umanesimo” e di un pensiero elaborato dell’uomo, il quale oramai si affida troppo alle macchine che ha inventato, per rendere più piacevole e comoda la vita.

Ma nella comodità, come diceva mio nonno, gli uomini non sono più liberi e perdono la voglia di lottare e produrre meraviglie… penso  che avesse una fottuta ragione!

Gabry B su public company

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