50 minuti a Mununga

Mununga, nel cuore dello Zambia e quindi al centro della cosiddetta Africa nera, è un agglomerato di pochi edifici come lo sono la maggior parte dei villaggi che s’incontrano appena usciti da Lusaka. C’è il negozio che vende bibite, il bar con il biliardo, la musica assordante con i bassi esasperati, i panni stesi, i muri scrostati, i colori accesi delle pubblicità delle compagnie telefoniche e poi giovani ubriachi, chi aspetta la corriera, bambini ridanciani, ragazze particolari, vecchi fumatori, uomini vestiti in modo improbabile e la donna che inforna il pane. A questo punto parte il primo dei cinquanta minuti in cui inizio a fotografare e tutto accade e prende vita.

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Mentre la farina mista ad acqua s’indora, una decina di uomini si muovono ubriachi al ritmo di una assordante musica congolese in un improbabile restaurant senza tavoli. Stanno bevendo un liquido biancastro ottenuto dalla fermentazione del mais; la voce impastata, il deambulare precario misto a un acre odore di alcol non lascia alcun dubbio sulla quantità di tale bevanda circolante nel loro sangue. Gli scatti si susseguono e fermano attimi, momenti, sensazioni, sudore, ragazzi persi in un drammatico ripetersi quotidiano riservato agli uomini dove la sola presenza femminile sta nella foto strappata di una locandina pubblicitaria all’ingresso del locale. Sono le 10,25 del mattino.

A pochi metri il suono delle palle da biliardo che corrono su un logoro panno verde indirizza la mia attenzione. Giovani seduti con una bottiglia di birra in mano passano il tempo a guardare due loro coetanei che cercano con colpi molto casuali di buttare le palle stesse in buca. Chi fuma una sigaretta, chi aspetta il bus con una valigia in mano diretto chissà dove, chi si affaccia per curiosare, chi guarda le macchine passare. Sono le 10,45 del mattino.

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Il negozio del paese ha già aperto i battenti ma una donna, forse la moglie del proprietario, è ancora nel retrobottega che si aggiusta il vestito. Casse di bottiglie tra birra e Coca Cola è la merce esposta al suo interno. Il salmo 23 che didascalizza un poster con un’immagine stereotipata del Cristo e la stampa di alcune villette a schiera si contrappone ai poster di 3 mostri sacri del calcio moderno e di alcuni rappers afroamericani. Tutto è così assurdamente lontano dal mio mondo, ma proprio per questo curiosamente affascinante. Sono le 10,55 del mattino.

Due camionisti si fermano per uno spuntino veloce; una zuppa e un caffè prima di riprendere il viaggio forse verso la Tanzania. Una bimba, i cui gesti denotano timidezza e imbarazzo, sparecchia e ripulisce la tavola. La scuola è finita e mentre lei sta lavorando alcune sue amiche scherzano e ridono come ogni bambino di 10 anni dovrebbe fare. Sono le 11,05 del mattino.

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Occhiale, abito scuro, camicia bianca, cravatta multicolore, scarpe a punta seduto davanti all’ingresso di casa intento a leggere alcune pagine strappate da una rivista patinata. Una visione totalmente disconnessa dalla fatiscenza dell’ambiente in totale contrapposizione con il vestitino del figlio e con il lavorare della donna che invece denotano l’essere in un paese africano. Sono le 11,10 del mattino.

Una ragazza con il lecca-lecca in bocca si mostra in un gesto ambiguo davanti alla porta di casa. Sono le 11,15 del mattino.

Tutto questo è successo nell’arco di 50 minuti, il pane è pronto, la donna lo sforna.

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Edoardo Agresti su public company

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