Kōya-san, uno dei luoghi più sacri del Giappone

 Servono due cambi di treno, una funicolare e una corsa in pullman. Al centro di otto montagne che per geografia ricordano un fiore di loto. Kōya-san è diventato nel corso di un millennio il centro principale del buddismo Shingon in Giappone. 

Qui le anime riposano nel cimitero di Oku-no-in, il più grande di tutto il paese. Poco distanti dal centro della cittadina, si trovano più di 200.000 tombe ricoperte di muschio. Lungo i sentieri che tagliano la vegetazione si stende un sottobosco di monumenti funebri: stupa di ogni dimensione, stele incise, lapidi e lanterne invecchiate dal tempo, piccole statue di Jizo  protettore dei bambini agghindate con bavagli e cappellini. Il cimitero di Oku-no-in è una terra di mezzo, meta di pellegrini e turisti, credenti e uomini d’affari; è un luogo che sconfina nell’aldilà.

Corre l’anno 804 e il giovane monaco Kūkai, poi noto come Kōbō-Daishi, si unisce a una spedizione governativa in Cina. Qui la sua strada si incrocia con quella del maestro cinese Huigo, che gli trasmette i fondamenti del buddhismo esoterico. Tornato in patria, Kūkai si dedica alla diffusione degli insegnamenti appresi all’estero. La loro eco raggiunge persino l’imperatore, che decide di assegnare a Kūkai un terreno tra le montagne dove fonderà il villaggio di Kōya-san. 

Lì riposa oggi, nel cuore della sua comunità.  La fama del cimitero di Oku-no-in sta tutta in quel mausoleo, “il tempio sullo sfondo”. Secondo le credenze del buddhismo esoterico, infatti, Kōbō-Daishi non sarebbe morto, ma immerso da più di mille anni in uno stato di meditazione profondissim.  Kōbō-Daishi aspetta quel momento in un mausoleo illuminato da centinaia di lanterne e nutrendosi di due pasti al giorno, serviti dai monaci che si prendono cura del cimitero.

 

Allo stesso modo, le persone sepolte nell’Oku-no-in non sono davvero morte, ma anime dormienti unite nell’attesa del Buddha del Futuro, facilitate nel risveglio dalla vicinanza a Kōbō-Daishi.

La parte moderna del cimitero abbandona l’atmosfera muschiata delle tombe nei pressi del mausoleo e fa irruzione nella modernità con una serie stravagante di tombe aziendali. Il primo industriale a dare il via a questa tradizione fu Konosuke Matsushita, il fondatore di Panasonic, nel 1938. Negli anni successivi si sono aggiunte oltre duecento tombe aziendali, tra cui il memoriale di Nissan, con le statue ad altezza naturale di due operai; quello di Ueshima Coffee Company, con una grande tazza a onorare la sua produzione di caffè; la tomba della Sharp Corporation, che ricorda uno stereo gigante. 

Un razzo di circa due metri risale al 1970 ed è stato realizzato su commissione della compagnia di aviazione Shinmaywa Industries, che non aveva niente a che fare con il lancio in orbita dell’Apollo 11, ma deve esserne rimasta molto colpita. Altri memoriali aziendali riportano l’anno di fondazione della società e il nome dei dipendenti, a metà tra la pubblicità e il ricordo degli impiegati defunti. Una ditta di pesticidi ha optato per un monumento che commemori le numerose vittime del suo lavoro, le termiti.

 

Il costo per un’impresa che voglia assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi dipendenti anche nell’aldilà si aggira intorno alle centinaia di migliaia di euro e può raggiungere persino il milione. Fortunatamente la salvezza individuale, per quanto sia meno spettacolare, ha un costo più contenuto: basta anche una semplice ciocca di capelli o un pugno di ceneri, appoggiati tra le lapidi antiche del cimitero o nei pressi del mausoleo, per essere ammessi nella cerchia di Kōbō-Daishi.

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