Freedom - La solitudine del successo

A poco meno di un anno dalla sua scomparsa, esce il documentario “Freedom”, diretto da George Michael stesso e al quale l'artista ha lavorato fino a tre giorni prima della sua morte insieme al suo amico e manager David Austin.

documentario george michael

Avrebbe dovuto essere il complemento video della ristampa dell’album del 1990 all’MTV Unplugged del 1996, è diventato invece un racconto inedito e prezioso per chi come me non si è ancora ripreso dalla sua prematura scomparsa. Aspettavo con struggimento e malinconia questo film come un evento, consapevole di avere ancora qualcosa di inedito da assaporare, un angolo inesplorato di lui tutto da assaporare... Me lo sono guardato con assoluta contemplazione, me lo riguarderò sicuramente 1000 volte. E ho imparato tante cose che non sapevo di lui.

Che fosse fragile e solitario era noto, specie negli ultimi anni, ma che avesse dovuto sopportare pesi così grandi anche durante il periodo di massimo successo non si poteva immaginare.

In questo intimo viaggio narrato in prima persona da George, emerge quanto lui fosse un guerriero, la battaglia contro la Sony che dimostra la sua integrità e il suo spirito libero, e solitario, col il suo successo così ardentemente agognato ma che lo distruggeva, e il tanto sognato vero amore finalmente trovato ma poi tragicamente perduto per la malattia del compagno. Sapeva perfettamente quali fossero le trappole del successo, ma voleva emergere a tutti i costi.

Voleva essere amato e rispettato “Volevo il successo ad ogni costo, non riuscivo a fermare il mio ego” e sapeva che «Quella strada non porta alla felicità, anzi soffro ancora di insicurezza, odio il mio aspetto esteriore. È tutta colpa del mio background familiare, dove nessuno era contento di come appariva». Gli anni 80 sono stati per lui la svolta. «Non c’era modo di fermarmi, volevo diventare l’artista più venduto del mondo», ammette. «Così una volta sciolti gli Wham ! E' iniziata la mia carriera solista ho creato questo mio nuovo personaggio, qualcuno capace di competere con Madonna, Michael Jackson e Prince».“Vivevo con gli occhiali da sole, nessun contatto visivo con le persone,era tutto alquanto bizzarro!”
«Non riesco davvero a spiegare quanto è stato difficile gestire il successo da solo», racconta Michael. «Quando ero con Andrew Ridgeley, all’epoca dei Wham! era più facile mantenere il controllo e tenere un piede nella mia vita precedente, la vita che avevo prima di diventare famoso. Era facile restare con i piedi per terra, guardarsi in faccia e parlare di quanto assurdo ci circondava. Quando non ho più potuto farlo è diventato tutto spaventoso. Dopo dieci mesi ero già al limite, mi sentivo così solo.. Ero in bilico, su una linea rossa. Eravamo solo lei ed io. L’unica cosa bella era suonare dal vivo. Ricordo durante un concerto a Pensacola in California, cantai  Careless Whisper, con le lacrime agli occhi, pensando che non sarei riuscito a farlo un’altra volta».

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Più cresceva il suo successo e più le sue dichiarazioni sui pericoli del successo si facevano più frequenti. Lo scontento non arrivava solo dalla sua etichetta, che era inferocita perchè lui si rifutava di fare promozione, ma addirittura da Frank Sinatra che gli scrisse una lettera dove lo incitava a rilassarsi e a fare il suo lavoro di artista, di scrivere canzoni e cantare. Lui ci rimase malissimo all'epoca ma afferma di non aver mai creduto che la lettera fosse realmente scritta da Sinatra. Così smise di fare attività promozionale per proteggere la sua vita privata, ed è per questo che ha deciso di non apparire nel video di Freedom ’90, lasciando il centro della scena a cinque modelle – Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Christy Turlington e Cindy Crawford.
«Ha rivoluzionato il modo di fare i videoclip, fu geniale e unico», racconta Elton John.

George Michael non aveva intenzione di cedere, e pensava che Sony non avesse pubblicizzato il suo album di proposito. Dopo la morte del suo compagno Anselmo cadde in un profondo periodo di nebbia dove non era più ispirato, non gli veniva niente, ma fu proprio da questo dramma che alla fine riusci ad elaborare il lutto e a trarne la forza per reagire e combattere il mercato dei contratti discografici, si sfogò così facendo causa alla Sony accusandola di condannarlo alla schiavitù professionale. Perse la causa, definendola poi un' inutile perdita di tempo. E ancora una volta una presa di coscienza della sua solitudine “Non mi viene in mente un solo artista che mi abbia sostenuto”.
E poi finalmente proprio pensando ad Anselmo uscirono da lui come un fiume in piena le parole di Jesus To a Child, definito da lui il suo migliore pezzo, la sua cura, la sua salvezza.

george michael reuters

Tutto l'album è dedicato al suo amore scomparso “Quel dolore era nel mio destino, con quel dolore ho scritto la musica perfetta per liberarmi delle mie sofferenze».
Poco dopo però Michael perde anche la madre, e lui si sente preso di mira da Dio. “Vivevo nella costante paura. Una depressione che andava oltre il lutto. Mi sentivo come uno sportivo che ha un brutto infortuno nel mezzo di una carriera di successo. È stato il mio periodo più brutto della mia vita.”
Nel documentario si racconta anche la vicenda degli American Music Awards dove venne premiato nella categoria Soul/R&B di solito appannaggio esclusivo degli artisti di colore. Tutti gli furono contro, dai Public Emeny «C’è chi lavora davvero duro per arrivare nella categoria», diceva Gladys Knight nel 1990.
«Ho vinto due premi che di solito sono dedicati ad artisti neri, e in molti pensavano che avessi passato il limite. Capisco il loro punto di vista adesso e lo capivo anche all’epoca. non ho mai voluto rubare nulla alla cultura afroamericana. Cercavo solo di scrivere bella musica».
Il titolo del seguito di Faith era una risposta alle accuse di appropriazione culturale. «Non riuscivo più ad avvicinarmi alle radio afroamericane, ed è per questo che ho scelto il titolo Listen Without Prejudice. Ho voluto fare un album con un po’ di gospel, un po’ di R&B e anche un po’ di roba da bianchi. Era il momento di dimostrare che potevo essere tutte queste cose insieme, senza scegliere».

In quel periodo George si era anche infatuato della musica dei Beatles. Non pensava che Paul Mc Cartney avrebbe mai cantato Heal the Pain, e quando l’ha fatto gli sembrava un pezzo scritto da lui!
A smorzare i temi affrontati con battute ed aneddoti sono i commenti di molti suoi amici e colleghi tra i quali Elton John, Stevie Wonder, Liam Gallagher, Tony Bennet, Marj J Blige, David Austin, Mark Romson, Kate Moss, e Nile Rodgers (quest'ultimo featuring nel brano Fantasy).
La scena più bella? Sicuramente quando interpreta “Somebody to love” accompagnato dai Queen al Freddie Mercury Tribute Concert. È da sempre considerata una delle performance più celebri e potenti della carriera di Michael. Ciò che nessuno dei 75.000 presenti non potevano immaginare è che in quel momento il cantante non stava solo onorando la memoria del suo amico Freddy Mercury, morto di Aids ma era anche una struggente dedica al suo compagno Anselmo Feleppa, designer brasiliano che aveva scoperto d’essere sieropositivo. “Dentro di me volevo morire”, afferma “Ero sopraffatto dalla tristezza nel cantare una canzone di un mio idolo che era morto della stessa malattia che presto si sarebbe portata via il mio partner”.

Alla fine di Freedom un giornalista gli chiede “Come vorresti essere ricordato?”. «Come un grande cantautore ma anche una persona integra, altrimenti tutto sarebbe stato vano». George Michael, una voce angelica, l'artista più grande di tutto, e un uomo dalla pelle troppo sottile.

Paola Mattioli su public company

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