Marco Mazzi... "Sono Fortunato"

Classe 1963, milanese, Marco Mazzi è uno dei nomi italiani più noti a livello internazionale nel mercato della tecnologia dj oriented. Opinion leader del settore, Marco è considerato uno dei maggiori conoscitori degli equilibri e delle dinamiche che regolano il complesso mondo legato alla figura del dj, è il consulente personale di alcuni artisti di spicco della scena italiana e fa parte dei board di progetto e sviluppo di alcuni tra i più prestigiosi marchi di tecnologia dedicata ai dj e al pro audio. In virtù della grande esperienza e della profonda conoscenza del mercato, dal 2010 è stato incaricato dalla prestigiosa testata inglese DJ MAG, autentica bibbia del settore, alla direzione artistica dell’edizione italiana, di cui da maggio 2015 è anche il direttore responsabile. Una giuria composta da addetti ai lavori ha inserito il suo nome tra i 10 italiani più influenti del settore.

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Come ti descriveresti? 

Non so cosa risponderti. Una volta mi chiesero di definirmi in due parole e risposi: “Sono fortunato”. Lo credo davvero, ritengo di avere tutti requisiti per definirmi tale. Nella vita ci vuole fortuna. Per il resto sono curioso e rivendico il diritto di reinventarmi in ogni istante.

Ti conosco abbastanza per sapere che è così, ma a questo punto mi viene spontaneo chiederti come si raggiunge questo atteggiamento?

Girando, vedendo gente, muovendosi, conoscendo e facendo cose. È una battuta, ma è così. Comportandoti bene, avendo riguardo delle persone con cui ti relazioni, adattandoti al “gioco” e rispettandone le regole. La strada che porta alla conoscenza è una strada che passa per dei buoni incontri e per me ha contato la fiducia che mi hanno riservato le persone che ho avuto la fortuna di incontrare, Giovanni Faccendini in primis, il mio primo datore di lavoro, un uomo che ha avuto il coraggio di supportarmi e sopportarmi senza condizioni. Avevo 21 anni. Mi ha spinto a fare, mi ha insegnato a non avere paura di sbagliare e mi ha reso cittadino del mondo. All’atteggiamento di cui tu parli, io ci sono arrivato così.

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Ti ha trasformato così tanto cittadino del mondo che il tuo diario di MySpace ha tenuto incollate al computer tantissime persone per diversi mesi. Raccontavi di luoghi lontani e magici, parlavi delle tue pene d’amore. Hai avuto così tanto successo che ti chiesero anche di raccogliere quei racconti in un audio libro. Perché non hai continuato?

Era il 2005, allora non si sapeva cosa fossero i social network, vidi questa enorme finestra e come molti mi ci affacciai, ma quando capii che non c’era il parapetto la chiusi prima di cadere e farmi male. Ad onor del vero, da dicembre 2016 curo l’account Instagram di Raimondo Gariboldi, (il personaggio che Marco interpreta in Untraditional, la serie televisiva scritta e interpretata da Fabio Volo – ndr –), ma per il resto, a livello social non esisto, frequento poco e quel poco che vedo mi perplime.

È un linguaggio diverso rispetto a quello che circolava su MySpace?

È cambiato l’atteggiamento. Non capisco la necessità di dare l’idea di una quotidianità “fancy” e di gente alienata dal mondo, di trasformare la vita in un enorme palcoscenico e non condivido il bisogno di esporre la nostra parte vincente, quasi fossimo noi i primi a non credere in noi stessi. A questo punto mi viene spontaneo chiedermi quante sono le cose che facciamo per noi e quante quelle che facciamo affinché lo sappiamo gli altri? C’è poco di così effimero quanto la fama, nel web più che altrove, e per pochissimi la propria vita virtuale coincide con quella reale. Facebook, Twitter e Instagram sono i mondi in cui si parla più di amore, pace e fratellanza, e sono contemporaneamente i “luoghi” in cui le persone sonosole, violente e livorose. I social hanno dato voce a chiunque. In virtù del facile accesso, tutti pensano di avere diritto di parola per dire qualunque cazzata al mondo senza avere nemmeno la capacità di articolare un pensiero, anche di odio. Se uno vuole offendere, è libero di farlo, ma deve articolarlo, e bisogna essere bravi a farlo, altrimenti si è solo dei nickname che si sentono forti al pensiero che qualcuno possa leggere le loro idiozie.

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Mi stai dipingendo uno scenario apocalittico. Molte persone hanno costruito la propria credibilità e autorevolezza sui social. 

Molte persone si sono date visibilità grazie ai social, ma di gente che ha costruito qualcosa di tangibile e strutturato grazie ai social, ne conosco tre, e al terzo nome dovrei anche pensarci. Sui social si ostenta tanto, si esibiscono le proprie passioni, ma non basta avere conoscenza di qualcosa o una passione per essere anche autorevoli. L’autorevolezza passa da un atteggiamento, dalla personalità, da un linguaggio non scritto che arriva prima delle parole e di un pensiero. La differenza che esiste tra passione e autorevolezza è la stessa che corre tra bellezza e sensualità. Personalmente vedo molti malati di fama e di FoMo.

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Fo.Mo?

È una vera malattia nata in rete e più precisamente sui social. FoMo è l’acronimo di Fear of Missing Out e si traduce nella paura di essere tagliati fuori, di venire esclusi, di perdere un'opportunità di interazione sociale. Una forma di ansia, caratterizzata dal desiderio/necessità di rimanere continuamente in contatto con ciò che fanno gli altri, la paura di essere esclusi da un evento o da un contesto sociale/social. Con tutti i problemi che già ci sono, avevamo bisogno della FoMo?

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Beh, direi di no. Mentre ti ascolto, penso che siamo arrivati alla fine e non sono riuscita a farti nemmeno una delle domande che avrei voluto farti, ma mi hai detto talmente tante cose che mi sono piaciute, che sono felice lo stesso. Quando ti va riprendiamo da qui, così ti farò anche qualche domanda di quelle che mi ero preparata.

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