"Al solo pensiero di assaggiare vino tappato a vite mi vengono i brividi" Josko Gravner

Una frase ad effetto, volutamente provocatoria; "l'ha toccata piano", si direbbe in gergo calcistico, nei confronti del Resto del Mondo che si sta attrezzando in tal senso, per eliminare definitivamente il problema dei difetti che il sughero si porta naturalmente (ecco il nesso!) appresso e per ovviare a ovvie dinamiche di mercato. Inteso come GDO, Grande Distribuzione, non certo come mercato rionale, territoriale, autoctono. 

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Ebbene, da che parte stare? Da nessuna, da entrambe, da tutte le parti. Ogni punto di vista è certamente valente ma non equivalente rispetto agli altri. Nell'ottica di Josko Gravner (patriarca della generazione della macerazione, archeologo ed etnologo ancor prima che enologo) la modernizzazione dell'apparato conservativo del vino è un affronto al sistema-natura, un oltraggio all'artigianalità, alla potenzialità che un piccolo margine d'errore possa e debba insinuarsi in un meccanismo che non vive di perfezione. Perchè la natura stessa non è mai perfetta ma porta avanti da sempre i proprio cicli staginali. "Cominciate piuttosto a tappare le vostre bottiglie con vero sughero ben selezionato. E pagatelo un euro, ogni tappo pagatelo un euro!"  Parole mie, sia ben chiaro, ma che sembrano uscire dalla sua bocca (e della mia fantasia) a corollario di quanto sopra. 

Certamente si tratta di un "problema" qualitativo, innanzitutto. 

(Saper) Scegliere un tappo di qualità indice sulla qualità del prodotto finale. Un contenitore funzionale a contenuti di un certo livello, dunque; presunto o riconosciuto che sia, sarà proprio il mercato a rispondere. E quel tre/cinque/otto percento di possibilità che il tappo sappia di tappo aggiungerà per Gravner un piccolo margine di rischio che insaporisce una pietanza già piatta, a suo dire. Vini omologati, chiarificati, microfiltrati. Che non rispettano minimamente le caratteristiche primarie dei vitigni utilizzati nè tantomeno le contingenti territorialità. Vini low-cost che si vendono su scaffali di hard-discount da primo prezzo a un euro e mezzo tutto compreso. All-inclusive (vetro, etichetta, tappo, stoccaggio, trasporto: che cosa beviamo?) per davvero: ovvio che non si possa investire un euro nel tappo di sughero. 

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Ma il "problema" non è solo questo: si parla tanto e con tanta poca cognizione di causa della scarsità di materie prime. il Sughero vero, quello della Sardegna per esempio, che viene a mancare. Ma come? Un colosso come Ikea abbatte chissà quante migliaia di alberi all'anno per produrre le proprie collezioni, in un sistema di sostenibilità ambientale che funziona a 360° (re-impianta, sostanzialmente, nuove piante per ognuna che viene barbaramente strappata alla terra) e noi, noi del mondo del vino, non siamo in grado a livello globale di sostenere la produzione di sughero? Difficile da credere, mi si consenta. 

Questione di dinamiche di mercato, di scelte economiche ponderate. Tutto corretto, non mi schiero. 

Ma Josko Gravner, che mai diventerà un diplomatico, è entrato evidentemente a gamba tesa su questo argomento, ma non ha tutti i torti, a mio avviso. I suoi tanti detrattori avranno argomenti di discussione in occasione di questo Vinitay ancora in corso d'opera. Nuovi temi, dunque, anzi sempre i soliti. 

Cordialità. 

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