Tempo di riflettere

Brevissima premessa: parlerò per sommi capi, ovviamente, non me ne vogliate. La banalità sarà minimo comune denominatore & multiplo delle considerazioni che seguono. Farò di tutta l’erba un fascio ma non mi schiererò né dalla parte dei promotori della liberalizzazione della stessa, né da quella dei nostalgici post-nazionalisti. Buona lettura. 

Tempi d’oro per Vegetariani, Vegani e Venusiani. Tempi bui, evidentemente, per la giusta misura. Mio padre direbbe che in tempo di guerra di Vegetariani se ne vedevano pochi. Mio figlio si batterà – sedano tra i denti - per sconfiggere il grande male dell’alimentazione a base di carne rossa. La mia stirpe, come del resto a livello fiscale, è denominata “generazione sandwich”; quella via di mezzo che ha dovuto suo malgrado apprendere in fretta il significato del termine “precariato” e che non sa se andrà mai in pensione. Quella generazione che non punta il dito, anzi, contro i Vegani ma che al tempo stesso non vuole rinunciare a una bistecca alla Fiorentina, giammai. Siamo stati definiti “reducetariani”. Interessante, al di là della cacofonia del termine. Coloro che riducono. I consumi, sì. E sì alla carne rossa, dunque: ma che sia buona, di provenienza certa e sicura. E che la macellazione abbia arrecato il minor danno possibile agli animali; STOP tassativo agli allevamenti di massa, in serie, in batteria. Bando agli intensivi! Convinti? Molto bene, è il momento di indossare i panni (in Inghilterra direbbero “le scarpe”, divertente questa divergenza sostanziale tra l’abbigliamento e gli accessori) dell’avvocato del diavolo: sulla base di questi requisiti da ricchi Occidentali possiamo dare il via libera alla malnutrizione di non so quanti (un numero imprecisato, va sempre bene quando si parla di questi Paesi emergenti) milioni di Indiani che vivono quasi esclusivamente di carne di pollo e riso basmati. Profumato, ma non sufficiente se viene improvvisamente a mancare il companatico. Tempi di moda per una piccola quota parte percentuale del pianeta Terra che si preoccupa di non ingrassare troppo e spende ingenti energie e denari in liposuzioni & creme dimagranti & diete & consulenti & spinning & Via con Vento. Tempi fuori moda, per il resto del mondo a cui manca da mangiare. Le stesse contaminazioni olfattive del mio precedente articolo, da declinarsi tra la cucina molecolare dei più grandi Chef del mondo e quei vapori caldi e avvolgenti che provengono dal retro-cucina di ristoranti posti in vicoli stretti e bui di grandi metropoli del far-sud-est asiatico. Qualcosa che assomiglia al fumo che fuoriesce dai tombini di New York, con lo stesso retrogusto (sono o non sono un sommelier, del resto?) di sudore che si evince dai boccaporti delle grandi navi da crociera. Abbiamo demonizzato i cacciatori, di ogni tipo, ritenuti responsabili in altri tempi di tutti i più grandi guai del mondo. Oggi sappiamo che l’estinzione della stragrande maggioranza degli abitanti inconsapevoli del nostro pianeta non è dovuta alle frecce degli indigeni ma all’inquinamento dei Paesi più industrializzati. E ben venga la battaglia alle baleniere, figuriamoci. Peccato che se fosse cominciata con un secolo d’anticipo la letteratura mondiale sarebbe stata privata di un autore come Melville, per dirne una. O di un paio di artisti di second’ordine come Hemingway e Picasso, ai quali piaceva assistere alle corride. Provocazioni, nient’altro. Ma consideriamo la possibilità che una buona parte del nostro pensiero contemporaneo sia frutto d’induzione modaiola: involontariamente, siamo tutti soggetti a prendere in esame le tendenze del momento storico in cui viviamo. Oggi, se bevi il latte appena munto da una vacca di cui non conosci l’albero genealogico, per lo meno ti becchi una grave malattia. E come minimo sindacabile verrai additato come un matto scriteriato e con qualche rotella fuori posto. Per non parlare dell’impatto etico che consegue: non sapete che il latte “viene rubato” alle madri (le vacche, sto ancora parlando delle vacche)? Mia nonna, emiliana DOCG, quando dovevo affrontare il lungo viaggio in treno che da Bologna mi avrebbe riportato a Firenze, mi dava un uovo fresco da bere.  

Vanni Marchioni su public company

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