Shinkansen

Nagoya, dove hanno sede Toyota e Lexus. La stazione è come me la aspetto: pulita, ordinata, ognuno ha l’aria di sapere esattamente dove andare. Nessuno ha nulla da chiedermi o offrirmi. Certo, data la suprema complicazione della macchinetta automatica, se non ci fosse qualcuno a darmi un aiuto dovrei essere io a disturbare qualche addetto, ma fortunatamente oggi non è così.

Quando arrivo alla banchina, mi attende quell’attimo di shock che travolge chiunque prenda lo Shinkansen per la prima volta. Mi trovo in una stazione ferroviaria o in una stazione della metropolitana? I treni si susseguono a circa 5 minuti uno dall’altro, e per chi è abituato a vederne al massimo uno ogni ora, si tratta di un’esperienza che lascia a bocca aperta. Il problema nasce quando si deve scegliere il treno giusto: prenderne uno che va in un’altra direzione è un attimo, proprio per il numero di treni al quale non siamo abituati. Una piccola distrazione in questi casi può essere fatale.

Ci sono dei cancelletti di sicurezza nei punti dove si fermeranno le porte dello Shinkansen. Si aprono al suono di una melodia decisamente simpatica la prima volta che la senti. Alla quinta incomincia ad essere un po’ noiosa, e dalla decima volta in avanti incomincio a sentirmi un po’ alienato e fuori posto. Forse è un modo per indicare che non è necessario arrivare con largo anticipo: bisogna arrivare puntuali, come il treno sul quale posso finalmente salire.

La carrozza ha l’aspetto di una cabina di aereo, molto più grande e alta, ma al contrario delle procedure di volo qui ci si siede e si parte immediatamente. L’accelerazione non è da razzo, ma quasi, perché basta guardare fuori per capire che in pochi secondi siamo arrivati almeno a 200 km/h. Mi rilasso e incomincio a giocchicchiare con i comandi del sedile, ovviamente supercomfortevole. C’è tutto quello che serve: tavolino, prese elettriche, prese usb ma anche un poggiapiedi estensibile, magari da usare senza scarpe. 

La carrozza sulla quale sto viaggiando viene avvolta da un piacevole silenzio. Chi parla lo fa sottovoce mentre qualcuno si è già addormentato, complice un percettibile movimento longitudinale del treno che fornisce un effetto ninna nanna. Mi avventuro negli altri scompartimenti, per trovare che le pulitissime toilette divise per funzioni. C’è una serie di “vespasiani” ad uso maschile, ma anche una serie di lavandini, così che chi deve solo lavarsi le mani non debba entrare in un luogo infausto e neanche aspettare i bisogni altrui. C’è anche una mega toilette, per chi invece vuole il massimo comfort anche in “ritirata”.

 

Quando rientro al mio posto, arriva una bella sorpresa. Il bento, ovvero il pranzo alla giapponese, confezionato con una piccola tovaglia per sembrare un pacchettino. Stendo la tovaglietta sul tavolino, con quello stupore dovuto alla consapevolezza che qui hanno pensato davvero a tutto. Apro le piccole scatole di legno, al cui interno i vari cibi sono delicatamente separati. Li ammiro, questi giapponesi, perché dimostrano una estrema applicazione dei loro concetti. Qui tutto è connesso in armonia, coordinato e studiato sia nella sequenza dei sapori, sia nella sequenza dei colori.A proposito di arrivo, sono le 15 e 57 quando scendo dal treno, esattamente l’orario riportato nel biglietto. Una specie di magia per noi occidentali, un’abitudine vitale per i giapponesi.

 

https://www.esquire.com/it/lifestyle/tecnologia/a28887952/treno-giapponese-piu-veloce-del-mondo/

 

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