Se ti piace Vasco ascoltalo a casa tua - Gardens by The Bay

Era il 1972 quando in radio passava una canzone: “Singapore, vado a Singapore, vi saluto belle signore! Un testo a dir poco ridicolo, stranamente scritto da Roberto Vecchioni ai Nuovi Angeli per Sanremo, che nulla raccontava di questa metropoli affascinante e moderna, pulita e ordinata, ricca di spazi verdi, governata da regole molto rigide e ricca, estremamente ricca.

Città del leone

Il nome Singapore deriva dal nome in lingua malese Singapura  "Città del leone". Secondo una leggenda narrata negli Annali malesi, il principe di Srivijaya Sang Nila Utama, sbarcato nel 1299 dopo una terribile tempesta, si imbatté in un leone (fatto ritenuto di buon auspicio) e vi fondò il Regno di Singapura, che in sanscrito significa letteralmente "città del leone". In realtà i leoni non sono mai vissuti in questa regione e la bestia vista da Sang Nila Utama era più probabilmente una tigre della Malesia.

Essere a Singapore è come essere contemporaneamente in ogni luogo del mondo

Singapore è una città multietnica, cosmopolita. Ricca di quartieri abitati da varie razze e diverse etnie.

C’è  il Colonial District con i suoi musei e palazzi coloniali, la bellissima Emerald Hill Road, con le sue piccole case colorate, il National Orchid Garden, la più grande esposizione al mondo di orchidee. C’è China Town un tempo affollato di fumerie d’oppio e bordelli, con i suoi negozi, templi e la sua atmosfera viva e intrigante; c’è Little India con i suoi mercati profumati, le case colorate, i  templi induisti, l’aria vibrante di musica indiana; c’è Arab Street, con le sue moschee, i negozi di tessuti che irradiano l’atmosfera da mille e una notte.

Mi ricorderò di Singapore come la città che sembra finta

È talmente bella, elegante, curata, a misura d'uomo, che dà un senso di artefatto moderno. Si respira un'atmosfera particolare. Si respira il mare. Si respira male perché è caldo e umido.  Si respira l'odore dei soldi che circolano.

Ci sono diverse cose che mi hanno colpito

La prima è Marina Bay Sands. È la prima meraviglia che vedi. Potresti pensare che stai vendendo i giardini pensili di Babilonia 2500 anni più tardi. È come il canto di una sirena, non puoi fare a meno di rivolgerle continuamente attenzione.

Il complesso è sormontato da una piattaforma sospesa a forma di nave denominata SkyPark (340 m) dove vi sono giardini pensili, piscine idromassaggio, centri benessere bar e ristoranti. Una barca sospesa su tre grattacieli nel bel mezzo dello skyline, con una piscina (la più alta al mondo) "a sfioro" da brividi e da suggestioni mozzafiato.

Mi ha colpito particolarmente un luogo

Ho avuto la fortuna di visitare il giardino botanico quando ancora era giorno. E di andare via quando oramai il sole era tramontato. È lì che ho compreso che cosa significa "sinestesia".

È lì che ho amato per la prima volta gli alberi della vita, dai quali l'Expo di Milano ha preso spunto: dal Gardens by the Bay con i suoi meravigliosi Supertree che la sera si illuminano. Non ce n'è uno solo di albero della vita. Li puoi ammirare dal basso mentre passeggi, o camminarci intorno, dall'alto, sospeso su una passerella illuminata volteggiante nell'aria.

È un gioco dei sensi

Inizialmente le luci cambiano lentamente, senza farsene accorgere. Non capisci se hai avuto una visione o se davvero è cambiato qualcosa. Tutto muta lentamente intorno. Che strano. Singapore si muove molto velocemente e invece lì no, il tempo si ferma. Un mondo artificiale di luci e colori unito all'universo naturale delle piante, degli alberi. È bellissimo.

Il paese delle meraviglie esiste

Sembra di essere in una favola. Ma non c'è Alice, ci sono io. Non mi rendo neppure conto che manca ancora qualcosa. Finché non la sento da lontano. Voglio capire subito da dove viene, conoscerla, ascoltarla con attenzione. Mi affretto ad andarle incontro. Tutti la stavano aspettando e ora è lì con noi: la musica.

È un esplosione dei sensi

Non c'è un dj, non ci sono registrazioni. Non c'è solo da guardare e ascoltare quella meraviglia. È qualcosa di più, difficile da descrivere.

C'è un'orchestra di 15 persone che sta suonando musica eterea, sopra un palco illuminato di giallo. Suonano, cantano, ballano. Sono tutti vestiti di bianco e oro che riflette sotto una luce accecante. Il suono è avvolgente, misto di influenze ambient e new age,  voci corali, suoni orientali. Un coro ipnotico ti fa immergere in un viaggio estatico e sensoriale.

Mai visto uno spettacolo simile. Ci sono 35 gradi, l'umidità è elevata. Si suda e al tempo stesso si accappona la pelle.

Spettacolo? Concerto?

In realtà non so come descriverlo. So solo che nel momento in cui finisce si avverte un senso di disorientamento. Si spengono le luci, si interrompe la musica. Come colmare un vuoto simile? Lo stacco è troppo forte. Non può finire tutto così, all'improvviso.

S'illumina un albero, se ne illumina un altro, poi un altro ancora, come in una danza. Riprende la musica ma non c'è nessun artista che suona e canta, nessun coro. Solo ritmo.

I protagonisti ora sono loro, gli alberi

Avverto che siamo all'epilogo, tutto sta per finire di nuovo. Non sopporterei di nuovo quel vuoto all'improvviso e decido di allontanarmi, piano piano, lentamente, con la musica che sfuma, insieme a luci e colori, alle mie spalle.

È stato tutto così perfetto che non avrei sopportato una musica sbagliata. Avrebbe rovinato tutto.

E mi viene subito in mente il ricordo che anche se Vasco è Vasco, ascoltalo a casa tua.